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La pastura ai tempi del web 2.0
Una volta, quando io ero piccolo, le cose erano molto più semplici. Registravi il tuo dominio, condividevi ciò che illusoriamente pensavi potesse interessare ad un pubblico invisibile e la cosa finiva lì. Il proprio ego tagliato dai limiti non limiti del web. Se avevi culo riuscivi a creare una mini community, persone attirate più dalla infrastruttura che ai contenuti.
Nell’era dei social network l’ago della bilancia torna ad inclinarsi verso l’area contenutistica: bypassando i filtri strutturali qualsiasi idiota può condividere ciò che il suo cervello tenta di elaborare sprecando probabilmente meno energie di quanto richiederebbe l’articolazione fonica della frase da lui pensata. Ciò significa che, in percentuale, oggi c’è molta più merda di quanta ce ne fosse dieci anni fa.
Nel web 2.0 per evitare che le tue gocce di creatività non si disperdano in un oceano di altre gocce (e di merda) bisogna obbligatoriamente passare per le reti sociali. Devi registrare un dominio che punta ad una rete di social blogging, creare una rete con i tuoi simili, far in modo che ogni tuo post sia collegato a twitter (se non hai twitter non meriti di esistere), il quale aggiorna la tua pagina facebook ed il tuo buzz. Devi mettere i pulsantini di Share per permettere ai tuoi visitatori di far arrivare altri visitatori e, soprattutto, devi interagire con i tuoi simili nello stesso modo in cui vorresti loro interagissero con te. La parola chiave è amplificazione.
Voi amplificatemi. Io ho già la nausea.













